Ciao Italia, noi torniamo in Albania

Negli anni ’90 sono arrivati qui in cerca di un futuro migliore. Oggi, spinti dal boom economico del loro Paese d’origine, sempre più cittadini di Tirana e dintorni rientrano a casa. E aprono bar e call center
Ardjan ha fatto il cameriere a Bari per 15 anni ma adesso i camerieri li assume. Erjana ha comprato due locali passando da Torino a Tirana, e sostiene di averci guadagnato parecchio. Fation fa il supervisore in un call center: se la passa bene, però gli mancano i suoi amici rimasti al di là dell’Adriatico. Quel mare che decine di migliaia di albanesi hanno attraversato in cerca di un futuro migliore e che proprio 25 anni fa assistette alla morte di 120 di loro davanti a Brindisi, oggi è il teatro di un’emigrazione rovesciata.
Tirana è cambiata molto

La crisi nostrana e il contemporaneo boom dell’Albania hanno portato molti migranti degli anni ’90 a tornare a casa per ricongiungersi con la famiglia e avviare nuove attività grazie all’esperienza accumulata da noi. Secondo l’Istat, fra cambi di residenza deigli immigrati regolari e rimpatrio degli irregolari (come chi, scaduto il visto di lavoro, non ne ha cercato o trovato un altro), negli ultimi 15 anni quasi 40.000 albanesi sono tornati a casa, con un dato fortemente in crescita a partire dal 2013. «Non una data casuale» secondo Antonio Ricci, ricercatore del centro Isos che analizza i flussi fra l’Italia e i Balcani. «L’Unione europea, prima di concedere nel 2014 a Tirana lo status di candidato, ha chiesto riforme in grado di ridurne la pressione migratoria verso l’estero. Gli investimenti in tecnologia e infrastrutture sono raddoppiati e il livello bassissimo di salari e tasse ha fatto il resto». Da allora il Pil locale è cresciuto in media dell’8% annuo, contro lo 0,8% dell’Italia, e l’Albania è diventata una meta interessante.

Gli imprenditori ora investono in patria

Intorno al nuovo skyline colorato disegnato dall’ex premier Edi Rama, la vita notturna è affollata e divertente. «Qui molti bar, ristoranti e bed&breakfast sono gestiti da emigrati di ritorno» racconta Erjana, 39 anni 11 dei quali trascorsi in Piemonte prima come cassiera e poi come manager di un pub. Oggi si occupa di rifornire i locali della capitale, organizza eventi e matrimoni e allestisce set fotografici. «L’esperienza italiana per me è stata fondamentale, ma ho sempre pensato che un giorno sarei tornata. Ho investito i soldi che avevo messo da parte perché immaginavo che con un boom simile molti neoimprenditori avrebbero avuto bisogno di una mano. Non mi lamento, gli affari vanno bene». Da Assoalbania confermano la tendenza: fra ritorni a tempo pieno e investimenti in loco, l’interesse degli imprenditori albanesi in Italia verso la propria patria d’origine è altissimo.

Agron Shehaj e gli altri: le storie di chi torna

Anche perché molte delle nuove opportunità si concentrano nei settori dove è impiegata la maggior parte dei loro connazionali, non solo da noi ma anche nel resto d’Europa: turismo e ristorazione, edilizia, call center. Da quest’ultimo settore arriva Agron Shehaj, un’icona per molti: quando era bambino fu immortalato dai fotografi mentre raggiungeva, smarrito, l’Italia a bordo di una nave militare. Dopo la laurea a Trento è tornato a casa e ha fondato un impero da quasi 3.000 dipendenti. Fation, rientrato da Roma nel 2013, è uno di loro: «Guadagno 550 euro al mese come supervisor» racconta. «È la metà del mio ultimo stipendio italiano, e meno di quanto da voi prende un semplice centralinista, ma qui mi basta per vivere bene. Per questo molte aziende italiane hanno scelto di spostare qui i loro call center: parliamo tutti correntemente la vostra lingua ed economicamente conviene».

Ci sono incentivi per i rimpatri
La situazione, peraltro, non è circoscritta alla sola capitale. A Scutari Ardjan, ex cameriere, è diventato uno dei pasticcieri più famosi del Paese: «In Italia si sopravvive, non molto di più, soprattutto oggi» spiega. «A chi ha in mente di avviare un’attività in proprio suggerisco sempre di restare qua». Certo non sono tutte rose e fiori. Nel Paese la disoccupazione, seppure in discesa, è ancora al 16%, 2 punti sopra quella italiana. «E anche la corruzione, benché non sia paragonabile a quella degli anni ’90, resiste» osserva Noemi Tricarico, che con l’associazione Ipsia coordina dal 2009 un progetto di avvio all’imprenditoria sociale nel nord del Paese. «Il trend del ritorno è marcato anche qui, non solo dall’Italia ma da tutti gli Stati con comunità albanesi numerose. A Tirana c’è un ministero dedicato ai rimpatri e la Ue offre incentivi per chi rientra nel Paese d’origine (in Italia il programma Rirva, Rete italiana per il ritorno volontario assistito, offre 200 euro più il biglietto aereo, ndr), ma il coordinamento è insufficiente. E molti di coloro che tornano, soprattutto i più giovani, incontrano difficoltà a reinserirsi».

Fonte: Donna moderna di Gianluca Ferraris

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