Diario d’Albania. Elbasan, l’antica Skampa degli Illiri

OLYMPUS DIGITAL CAMERANell’interno del Paese in pieno fermento, fra tolleranza religiosa e nuove politiche sociali. Si scopre una città dalla storia antica e dal presente dinamico, fortemente decisa a conquistare il futuro.

ELBASAN – La grande autostrada è ancora in parte in costruzione, ma intanto è già possibile evitare quel tratto di strada collinare che, attraversando i villaggi rurali, fino a pochi mesi fa era l’unico collegamento diretto fra Elbasan e Tirana. Tanto dalle nuove corsie, quanto dalla vecchia provinciale, si ammira una campagna severa in questa luce invernale, ma comunque serena, dove i fianchi delle colline fittamente coperti di olivi si alternano a campi coltivati, prati e boscaglie. Più oltre, le montagne innevate sono maestose come un verso di Ismail Kadaré.

All’orizzonte si profila Elbasan, l’antica Skampa, la seconda città del Paese a cinquanta chilometri a sud-est di Tirana, appena 125.000 abitanti (218.000 nell’intero distretto), e un’aria di grande paese che si sta liberando della sua allure disadorna tipica del socialismo reale, per aprirsi gradatamente a una vita migliore. Per le strade, è piacevole vedere le tante le bandiere nazionali che svettano sui tetti e sui balconi, ma spesso, chi è emigrato all’estero espone, in segno di gratitudine, anche la bandiera del Paese che l’ha ospitato, e inutile dire che la più frequente sia quella italiana.

Considerando che il popolo albanese conta circa 2,7 milioni di abitanti, e che 421.000 (cioè il 20% del totale), risiedono a Tirana, si comprende subito come gli altri centri e i villaggi semiurbanizzati delle campagne non risentano, almeno per adesso, di un eccesso di cementificazione e del caos cui le città occidentali ci hanno purtroppo abituato. Si respira infatti un’aria tranquilla, quasi indolente nel più puro spirito orientale ereditato dai Turchi, che qui dominarono dal 1478 al 1912, quando Ismail Pascià dichiarò a Valona l’indipendenza da un ormai debolissimo Impero Ottomano. Punto focale di questo Oriente ormai leggendario, il grande bazar coperto, dall’aria pittoresca e la struttura all’apparenza pericolante, in realtà solida e ben distribuita. Affollato a qualsiasi ora del giorno, costituisce uno spettacolo a sé stante, una città nella città, luogo d’incontro per lunghe contrattazioni e scambi di notizie. Il commercio è del resto nell’animo di Elbasan, costruita lungo la Via Egnatia sui resti dell’antica città illirica di Skampa nel V Secolo d.C. dall’Imperatore Giustiniano, e importante centro di collegamento verso Costantinopoli. È facile, lungo i marciapiedi cittadini, o a bordo strada se fuori città, imbattersi in improvvisati venditori di agrumi, tacchini, manufatti artigianali; oltre a costituire un’indubbia nota di colore locale, essendo il commercio la più nobile delle arti manuali, questa vista esprime l’operosità di un intero popolo.

Attualmente, i settori principali d’occupazione sono l’agricoltura e l’allevamento, che riforniscono la città e la regione di prodotti biologici di buona qualità, attentamente controllati dal Ministero delle Politiche Agricole. La predilezione per i prodotti locali è senza dubbio un elemento importante per l’economia, oltre che una garanzia di genuinità alimentare. A livello industriale, dopo la chiusura del grande polo siderurgico e dell’artigianato del vetro, restano uno stabilimento per la lavorazione industriale del legno, una manifattura tabacchi, un cementificio, e vari stabilimenti per materiali da costruzione. In un momento di profondo rinnovamento urbano, l’edilizia assorbe alte quantità di manodopera stagionale, visti i numerosi cantieri per strade, autostrade, condomini e centri direzionali. Il tasso di disoccupazione ufficiale è attestato al 12,91% a luglio 2014, ma in realtà, nei periodi non attivi, gli albanesi si arrangiano con piccoli commerci agricoli, magari della produzione di casa, oppure con piccoli lavori di facchinaggio, manovalanza, commercio al dettaglio, al punto che la disoccupazione non è vista come un’emergenza sociale.

Un esempio di civiltà viene dal quartiere zingaro, che non è un campo nomadi a differenza di quanto si potrebbe pensare, bensì un normale isolato di dignitose casette a un piano imbiancate a calce, dove i Rom commerciano in stracci e abiti usati, intrattenendo normali rapporti con gli albanesi, e guardandosi bene dall’esercitare attività illecite, poiché l’applicazione della legge scatterebbe immediata. Tuttavia, molti Rom si stanno trasferendo fuori città, perché il loro quartiere è al centro di un vasto programma di ammodernamento, che prevede la costruzione di moderni condomini. Poco consoni ai loro gusti. Per questo preferiscono continuare a lavorare fuori città. Quello che ancora rimane del quartiere, esprime una bellezza dolceamara, quella di una pace sociale faticosamente raggiunta dopo l’anarchia degli anni Novanta, una convivenza che parte da lontano, essendo attestata la presenza di Zingari nei Balcani negli anni immediatamente precedenti al 1350. Ad oggi si stimano in Albania tra i 100.000 e i 140.000 Rom, il cui tenore di vita negli ultimi anni è sensibilmente migliorato. Sta infatti trovando attuazione la strategia governativa formulata nel 2003 dall’allora premier Ilir Meta, e rimasta troppo a lungo sulla carta. Paradossalmente, il tenore di vita dei Rom era più alto sotto il comunismo. Comunque, se molto resta ancora da fare – in termini di accesso all’istruzione e alla sanità, e di pari opportunità lavorative, nonché di politiche abitative che cancellino definitivamente i campi nomadi d’Albania -, si è avviato un percorso d’integrazione, favorito anche dal miglioramento generale delle condizioni di vita del popolo albanese. Accade spesso, infatti, che la povertà sia un ostacolo al dialogo, nonché sobillatrice dell’odio.

In città, il fascino dell’antico convive agevolmente con la modernità, e le mura della Città Vecchia sono affiancate dal rinnovato Bulevardi Aqif Pasha, l’arteria principale che attraversa l’intera Elbasan. Qui sorge il Teatro Skampa, per tanti anni retto dallo storico direttore artistico Mahmut Kurti. Costruito nel 1935 e distrutto da un incendio nell’agosto 2011, la ricostruzione ha mantenuta l’acustica originale, considerata una delle migliori dei Balcani. Da quindici anni, ospita il Festival Internazionale del Teatro Contemporaneo “Skampa”.

Pur piccola, la città è vivace, e i numerosi caffè, bar, sale da biliardo, sono animati a qualsiasi ora del giorno, in particolare quelli attorno all’Università. La vita scorre infatti placida, con l’ottimismo di chi va incontro a un domani migliore. Ma Elbasan si anima particolarmente il 14 marzo, in occasione dell’annuale Festa della Primavera, la cui tradizione risale alla cultura illirica di due millenni orsono; in ogni famiglia ci si regalano fiori, da offire anche ad amici, conoscenti, vicini di casa, si scambiano visite e si consuma il tradizionale Ballakume, un dolce a base di burro e farina di mais. Significato della festa, la rinascita della natura e la simbiosi dell’umanità con essa.

La Città Vecchia, o Kalà (letteralmente Quartiere della fortezza), è racchiusa fra le mura del castello ottomano costruito nel 1466 dal sultano Maometto II, sulle rovine dell’antica città di Skampa. Al suo interno, un dedalo di strade strette ancora in buona parte lastricate con pietra di fiume, casette a un piano, due al più, in stile prettamente balcanico, cortili cinti di muri intonacati a calce, e che spesso nascondono alberi di pomi, aranci, limoni, tigli e anche castagni. Non si può dire si tratti di un monumento in senso proprio, integrato com’è ancora oggi con il tessuto urbano moderno; più esattamente, è un quartiere della città che continua a pulsare di vita invece di consegnarsi all’immobilismo della storia. Purtroppo il riconoscimento dell’Unesco a Patrimonio dell’Umanità è giunto soltanto da poco, e non sono quindi state evitate le demolizioni degli anni passati, quando interi isolati sono stati rasi al suolo per costruire moderni condomini.

Nella Kalà sorge l’antica Moschea Reale, costruita attorno al 1580, esempio di Islam tollerante e civile. L’Imam mi accoglie appena oltre l’ingresso (sapendo che sono un giornalista cristiano), e mi dà il benvenuto sottolineando che la casa di Allah è la casa di tutti, e chiunque è un ospite gradito, a prescindere dal suo credo religioso. Con l’aiuto di un interprete, mi racconta la storia di questa semplice ma suggestiva moschea, che nacque con l’ampliamento della Kalà da parte degli Ottomani, e visse i suoi anni più duri sotto il regime di Enver Hoxha, quando, analogamente a quanto accadde per tutti gli altri edifici di culto del Paese, ne fu ordinata la chiusura. Ma la fede del popolo albanese non è venuta meno, mi spiega l’Imam, perché sfidando i controlli di polizia, i fedeli pregavano in casa, riunendosi clandestinamente. Riaperta nei primi anni Novanta, la moschea è stata interamente ristrutturata nel 1996, grazie agli aiuti giunti dai musulmani di tutto il mondo. Un confratello turco ha donato i due splendidi pulpiti di legno intagliato, dai quali il venerdì l’Imam tiene la predica. Da quasi ogni parte del mondo, poi, sono giunte copie del Corano – una delle quali anche in lingua italiana -, che costituiscono la biblioteca dell’annessa Madrassa; un nome che in Occidente fa tremare, avendo negli occhi le immagini delle Madrasse afghane e pakistane. Ma l’Albania, pur essendo (dopo le conversioni di massa del XVII Secolo), un Paese a schiacciante maggioranza musulmana, non scivola nel fanatismo religioso: lo dimostra l’assenza di donne velate e il fatto che quasi sempre le moschee sorgano nelle immediate vicinanze delle chiese cristiane, senza che, come dovunque sarebbe logico, sorgano contestazioni o atti d’intolleranza. È questo uno straordinario esempio di civiltà da parte dell’Islam, che purtroppo non riesce a fare scuola, considerando l’atteggiamento di vergognoso fanatismo che continua a prevalere in Medio Oriente, e fa sentire i suoi dannosi effetti anche in Europa, non ultimi gli infami e vili attentati di Parigi contro la sede del quotidiano Charlie Hebdo, e un supermarket ebraico.

Ma in questo remoto angolo d’Europa, mano a mano che passano i giorni, si fa sempre più forte l’impressione di trovarsi in una piccola isola felice, dove, pur in mezzo alle difficoltà della vita quotidiana, non si è smarrito il senso del rispetto civile, della fratellanza fra esseri umani, della simbiosi con la natura circostante; un luogo apparentemente fuori dal tempo, dove l’Oriente incontra l’Occidente in un dolce abbraccio che invita alla riflessione.
CONTINUA
Niccolò Lucarelli
Fonte:firenze.it

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